Messico 1986, la seconda squadra: quei giganti di Brasile e Francia, poi la Danimarca e il Canada

Seleçao e Blues hanno dato vita a un quarto di finale straordinario, mentre i nordamericani si fanno ormai attendere da 32 anni

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LE GRANDI: BRASILE E FRANCIA
Non si tratta stavolta di un Mondiale o di una squadra, ma di una partita e degli uomini che l'hanno resa una cosa speciale, un “normale" quarto di finale che si va a infilare nel collier iridato più prezioso. In un campionato di altissimo livello tecnico e imbottito di campioni, Brasile e Francia mostrano quanto bello può essere il calcio in 120 minuti che producono il punteggio più comune (1-1), ma che di assolutamente non comune hanno la lotta colpo su colpo, le grandi giocate, il flusso continuo di emozioni e persino di errori, come quelli che nell’inevitabile chiusura ai rigori vengono commessi da due master del pallone quali Platini e Socrates. Alla fine passa la Francia, anche grazie a un tiro dagli 11 metri, scagliato da Bellone, che colpisce il palo, la nuca del portiere verdeoro Carlos e poi finisce dentro: all'epoca, il regolamento sui rigori finali prevede l'annullamento del gol, che invece viene convalidato, e l'anno seguente la furbetta Fifa modifica la norma. Un errore tecnico che suscita ovvie polemiche non così forti da oscurare quanto visto nelle due ore precedenti e che aumenta le recriminazioni di un Brasile che ha avuto a disposizione il possibile match-ball con Zico, entrato a metà ripresa: calcio di rigore che il grande numero 10 spedisce addosso a Bats. Per la Seleçao, nel turbinio di occasioni da una parte e dall'altra, anche la bile di due pali colpiti, mentre nel conto francese c'è un probabilissimo rigore su Stopyra, già giustiziere dell’Italia di Bearzot, non concesso a pochi minuti dal termine dei supplementari. Tutta roba nata da azioni perfette, intuizioni sopraffine. La Francia è sostanzialmente quella che sfiorò la finale già quattro anni prima in Spagna, con il grande quadrilatero di centrocampo Giresse-Fernandez-Tigana-Platini. Il Brasile è invece nel mezzo del cambio generazionale tra i Socrates, i Zico, gli Junior e i giovani Alemao, Muller, Josimar. E davanti ha trovato Careca, che nel primo tempo segna lo strepitoso gol del vantaggio neutralizzato prima dell’intervallo da – indovina chi? – Michel Platini. E il fatto che non si segni poi nel secondo tempo, assoluta girandola di occasioni da una parte e dall'altra, fa parte del “mistero senza fine bello” che è a volte il gioco del calcio. La Francia, al giro dopo, viene stesa dalla solita Germania e si dovrà accontentare del terzo posto finale. Insieme alla medaglia di bronzo, rimane appesa quella d’oro di una magnifica maratona di vero, autentico pallone.

LA BELLA: LA DANIMARCA

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Rimasti vedovi dell'Olanda, di fatto mesmerizzata nei primi anni ’80, i calciofili europei si riempiono occhi e bocca di fronte a una novità vera giunta a cambiare le tradizionali, vecchie gerarchie europee. “We are Red, we are White, we are danish dynamite": siamo rossi, siamo bianchi, siamo la dinamite danese, così cantano i tifosi della Danimarca improvvisamente spinti in alto da una generazione felice di eccellenti giocatori e da un tecnico, Sepp Piontek, che con il beneplacito della federazione imposta un lavoro molto più profondo e moderno nella squadra Nazionale, in passato interpretata quasi a mo' di simpatica rimpatriata dai calciatori locali passati al professionismo ed emigrati all'estero, specie nella vicina Germania. Il capostipite di detti calciatori è Allan Simonsen, ala minuta e veloce che compie meraviglie nel Borussia Moenchengladbach fino a vincere il Pallone d’Oro nel 1977: è lui a guidare i giovani, talentuosi compagni selezionati da Piontek dall'inizio degli 80 che si chiamano Arnesen, Lerby, Elkjaer-Larsen, con i due vertici anagrafici rappresentati dal libero e capitano Morten Olsen e dal baby prodigio Michael Laudrup, preso con ammirabile lungimiranza dalla Juventus. I danesi diventano idoli di tutti a Euro '84 (semifinale persa ai rigori con la Spagna) grazie a un gioco offensivo e dinamico. E nell' 86 sono attesi alla Grande Consacrazione. E nelle tre partite del girone, il mondo grida al nuovo che avanza: stesa la Scozia, umiliato l'Uruguay con un roboante 6-1, 2-0 (stretto) nientemeno che ai tedeschi. Qui, forse, entrano in scena alcuni fattori non proprio banali per un Mondiale: l’inesperienza e la convinzione di non abdicare in qualsiasi caso alla propria filosofia di gioco. Negli ottavi, ai danesi si oppone la Spagna, non una Roja deluxe, ma pur sempre armata dei draghi del Real Madrid e del Barça. Morten Olsen porta in vantaggio su rigore la banda Piontek e la strada sembra ancora una volta spianata: la Danimarca insiste, si scopre, dall’altra parte c'è uno chiamato Emilio Butragueño. Segna quattro gol, non uno, quattro, e ne mette un altro Goikoetxea. Totale 1-5, sono arrivati gli artificieri della Dinamite Danese. Il sogno finisce lì, bruscamente, ma è destino che dalla terra di Andersen le favole nascano copiose: e sei anni dopo, sarà il fratellino Laudrup, Brian, a conquistare insieme agli eredi dei “dinamitardi" l'Europeo più incredibile di sempre.

LA SIMPATICA: IL CANADA

Una delle Nazioni più estese al mondo. Enorme. Affascinante. Regno della natura. In proporzione, spopolata. E soprattutto fredda, gelida. Hockey su ghiaccio, e te credo, altro che pallone. E tuttavia, molti di quei “pochi” canadesi non sono indigeni, sono immigrati e figli di immigrati, vengono dalle isole britanniche e dall'Italia, dai Caraibi e dall’Europa dell’est, dai Paesi slavi. Tutti posti dove l’erba ha la meglio sul ghiaccio, e dove il pallone è più sexy del dischetto. E allora, sotto la neve cova la cenere del calcio, che cresce soprattutto negli anni 70 e consente al Canada, nel decennio seguente, di allestire una buona e assai multietnica Nazionale che centra prima la qualificazione alle Olimpiadi 1984 e, subito dopo, quella storica al Mondiale messicano. È la prima volta, a tutt’oggi anche l'ultima, ed è merito di un ex portiere inglese, Waiters, alla guida e di un gruppo dove non manca qualche buon elemento: per un italiano viene naturale simpatizzare vedendo che la fascia di capitano la porta Lenarduzzi, che il portiere è Tony Lettieri, è nato a Bari ed è pure bravo (migliore calciatore nordamericano nel 1982), nella rosa spunta pure un De Luca. Il neonato Canada incoccia in un sorteggio assai infelice, deve vivere il suo sogno iridato affrontando nell'ordine la Francia campione d'Europa, l'Ungheria e l’Unione Sovietica, tre Nazionali più che pratiche della situazione. Il destino dei Rossi d'America gira tutto intorno al primo match: la Francia gioca male, stenta, arranca, il Canada fa il compitino e non rischia. Il clamoroso pari è a un passo, poi a 10 minuti dalla fine la zampata di JPP, Papin, che sfrutta la fisiologica distrazione. Fosse arrivato il risultato utile, chissà. E invece, il Mondiale dei canadesi finisce virtualmente al 2' della seconda gara: l'Ungheria passa in avvio e poi amministra, mettendo in banca il successo con una rete di Detari a un quarto d’ora dalla fine. Stesso copione, anche se con un Canada più cattivo, voglioso di non uscire a mani vuote, anche contro i sovietici. Morale: zero punti e zero gol, tre sconfitte e 5 reti beccate. Peccato, pensano nelle lande del Nord America, ma nessun problema, nessun processo, i limiti erano noti. Andrà meglio la prossima volta. Eh già, la prossima volta. Da trentadue anni si fa attendere, perché il livello, purtroppo per i canadesi, si è abbassato, gli immigrati di seconda e terza generazione giocano a hockey, come tutti. Gran nell’esempio di integrazione: anche se in questo caso c'è sempre unemarginato, ed è il pallone.

di ANDREA SARONNI

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