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Italia, un anno per diventare grande

La Nazionale cresce, piace e non sbaglia un colpo: l'Europeo è già vicino, ma il bello deve ancora venire

Italia, un anno per diventare grande

Nella terra di mezzo tra un Mondiale fallito e un Europeo che è già quasi in tasca, Roberto Mancini, vero leader carismatico di una Nazionale che è giovane e bella, si scopre più avanti del previsto e con una visione lunga su un futuro su cui ci sarà ancora da lavorare ma è più che promettente. I numeri, per una volta, sono dalla nostra parte e non solo perché comandiamo da grande il nostro girone - che non è un girone complicato, sia chiaro -, ma anche perché alle vittorie stiamo imparando ad aggiungere gol davanti e una solidità difensiva imprevedibile fino a un anno fa e per questo impressionante. Se pensiamo che a questa Italia in fondo manca ancora un centravanti, non è difficile immaginare che, una volta risolto questo problema, il nostro livello si alzerà ulteriormente.

E il punto, oggi, è proprio questo: in un anno la crescita è stata evidente e significativa, ma siamo, in parte, proprio nella terra di mezzo di cui sopra. Siamo meglio delle Nazionali che un anno fa ci mettevano in difficoltà e magari ci battevano - la Svezia, per dire - e siamo ancora un gradino sotto a quelle che lottano e lotteranno per vincere l'Europeo. Questo salto in avanti, questo avvicinare la vetta dei migliori, è il passo che Mancini e la squadra dovranno fare da qui a un anno. Senza affanni, grazie a una classifica che ci assicura o quasi la partecipazione ai prossimi Europei - battendo l'Armenia a settembra il discorso sarebbe pressoché chiuso -, ma comunque consapevoli di dover alzare di qualche centimetro l'asticella.

L'Italia di Mancini, sia chiaro, fin qui è stata un miracolo. Si poteva pensare di avere una serie di giovani giocatori che ci avrebbero rialzato dal fondo del barile toccato con Ventura, ma non era possibile prevedere che sarebbe accaduto così in fretta. E così bene, aggiungiamo. Perché la Nazionale ha innanzitutto fatto un salto di mentalità, è diventata coraggiosa, aggressiva, sicura - andare sotto e rimontare è sempre un gran bel segno -, e in questo salto ha imparato a divertire e divertirsi. Non è soltanto una questione di tiki-taka, di capacità inattesa ed evidente di saper comandare il gioco. E' piuttosto la ricerca del difficile, del passaggio non banale, del movimento mandato a memoria, del sacrificio per il compagno e per la causa comune. Mancini ha fatto della Nazionale, storicamente agglomerato mal riuscito di elementi, un gruppo molto simile a una squadra di club. Un posto in cui ciascuno sa cosa fare e tutti lottano per il medesimo obiettivo.

Con grande umiltà, tra l'altro, qualità che non guasta mai. Il ritornello più frequente dell'ultima Italia è "dobbiamo ancora migliorare" ed è un ritornello che suona benissimo perché rende perfettamente l'idea di quanto i giocatori abbiano intenzione di fare. Che, per intenderci, non è partecipare ma vincere. L'Italia che andrà agli Europei - perché andrà agli Europei - non ha la minima intenzione di provarci. Vuole giocare alla pari con tutti e ha un anno davanti per provare a essere competitiva non più contro Grecia e Bosnia, ma contro Francia e Olanda, Inghilterra e Germania, quelle nazionali che da sempre e per sempre sono le nostre avversarie. Per ora c'è solo da essere felici eccome. Perché ci piace di nuovo vestirci d'azzurro e guardare la squadra di tutti e tifarla, seguirla, spingerla. Mai più senza, come un anno fa, ma più spettatori dei successi altrui. Questa è la strada. Mancini, sul quale non in molti avrebbero scommesso un euro, oggi sembra esserselo immaginato da sempre. E allora bravo a lui, bravissimo. E avanti così.

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